Red Dead Redemption 2 Capolavoro tra realtà e realismo
Abbiamo scelto Red Dead Redemption 2 come capolavoro del 2018 ma potremmo spingerci oltre e considerarlo un capolavoro assoluto, una stella polare per tutte le software house che vorranno sviluppare i loro prodotti basandosi sulla qualità.
Fateci sapere qual'è il vostro capolavoro assoluto e quello che vi ha impressionato di più nel 2018.
Immergendoci nel maestoso open world di Red Dead Redemption 2, verrebbe
da affermare che si tratti di un poema epico che narra le leggendarie gesta di
Arthur Morgan, fuorilegge vissuto in un periodo storico in cui lo Stato affermava
la legalità e bandiva l’efferatezza.
Ma Red Dead Redemption 2 è più un inno alla realtà piuttosto che a
quell’aristotelica concezione, il realismo, secondo cui la perfezione narrativa
risiedeva nei romanzi che rappresentavano la realtà ideale piuttosto che quella
tangibile, nei romanzi in cui gli uomini sono tratteggiati al meglio delle loro
possibilità e virtù.
Arthur Morgan non è un eroe, almeno nelle sue intenzioni, non è Ulisse né
Lancillotto, né Achille, ma un uomo semplice, a volte spietato e corrotto, a
volte caritatevole e altruista, costretto a dover scegliere se seguire la
strada lastricata dal destino o quella che lo porterebbe all’unico amore della
sua vita. Un uomo incapace di determinare il suo cammino ma che si lascia
travolgere dagli eventi.
Non è dunque un poema epico ma epica è la sceneggiatura che lo avvolge,
l’atmosfera che lo impregna e la luce che lo rivela. Prima di Red Dead
Redemption 2 i videogiochi cercavano di
imitare la realtà spacciando per vero il verosimile e giocandosi tutte le carte
sulla maestosità della trama. Red Dead Redemption 2 è come un Big Bang digitale,
come un virus che corrompe il software dando vita e coscienza ai pixel.
È un’ode alla bellezza dei paesaggi che ti costringono a fermarti insieme al tuo cavallo per ammirarli, mentre gli alberi e le piante si muovono all’unisono danzando col vento, il sole ti acceca filtrando ora si ora no tra gli alberi, o i lampi squarciano il buio della notte e le suole dei tuoi stivali si fanno ora soffici sull’erba, ora rudi sulla roccia.
È un canto alla bellezza delle animazioni naturali, vere, ottenute da cento attori sottoposti a motion capture.
È l’elogio dell’interazione con l’ambiente e coi personaggi che hanno una loro vita, un loro volto, che si relazionano tra loro, rispondono ai nostri atteggiamenti, ricordano le nostre azioni e sono pronti a giudicarci.
Red Dead Redemption 2 è un film drammatico, senza
interruzioni e caricamenti, dove persino le missioni secondarie partono senza
che il suo godimento venga, anche solo per un attimo, interrotto. Affinché ogni
istante venga assaporato e ogni dettaglio percepito, la sua narrazione ha un
ritmo lento, adeguato, proprio come gli 8 anni che la Rockstar si è concessa
per svilupparlo, per creare qualcosa che ha segnato il nostro presente
videoludico fatto di una realtà non fine a sé stessa ma al servizio della
narrazione, dove i cavalli scappano se uccidi loro il padrone, la barba cresce
se non la tagli, la ferrovia si espande durante l’incedere del tempo e i finali
sono diversi in base a quanto rettamente hai vissuto.
È un’ode alla bellezza dei paesaggi che ti costringono a fermarti insieme al tuo cavallo per ammirarli, mentre gli alberi e le piante si muovono all’unisono danzando col vento, il sole ti acceca filtrando ora si ora no tra gli alberi, o i lampi squarciano il buio della notte e le suole dei tuoi stivali si fanno ora soffici sull’erba, ora rudi sulla roccia.
È un canto alla bellezza delle animazioni naturali, vere, ottenute da cento attori sottoposti a motion capture.
È l’elogio dell’interazione con l’ambiente e coi personaggi che hanno una loro vita, un loro volto, che si relazionano tra loro, rispondono ai nostri atteggiamenti, ricordano le nostre azioni e sono pronti a giudicarci.
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